venerdì 19 marzo 2010

dall'acqua



mi ricordo del periodo dell'accademia di belle arti..e i vari personaggi che con un amico catalogavamo nella serie "cago a terra"..
il profilo di questo tipo d'artista comprendeva vari punti e aspetti.
1- credere che l'amore e la presunta affinità con un artista bastasse a sostenere un esame.
2- quell'artista è di solito Egon Schiele (chissà perchè).
3- la loro idea di arte contemporanea è aver visitato la Biennale (si si è importante, ma anche sapere cosa hai visto).
4- aver visto 100 volte "Noi ragazzi dello zoo di berlino".
5- schifare il cinema mainstream.
6- i punti precedenti giustificano una tela 200 x 200 cm con uno scarabocchio.
7- i punti precedenti giustificano qualsiasi cazzata come una performance, da cui il termine "cago a terra".
si lo so sono studenti con magari passione, entusiasmo e alle prime armi che si lasciano trasportare.
ma ci divertivamo troppo a inquadrarli e a mettrli in difficolta.
come la volta in cui ci fu una la polemica durante una lezione per aver definito "mostri" i personaggi di Francis Bacon.
ma c'era e c'è gente talentuosa.
e io mi divertivo come uno stronzo.
e m'incazzavo spesso con la Tondo.
e non vedevo l'ora che arrivasse il lunedì.

2 commenti:

  1. quando riesco passo di qui!

    Sempre bravo!

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  2. Ed oggi è lunedì. E ricordo quando ero all'università. Mettevo un paio di Jeans nella borsa e uscivo di casa. La neve fino al ginocchio, mi gelava le gambe. Non avevo soldi per comprare qualcosa per ripararmi e venivo da un paese caldo dove non nevicava mai. Mentre li, la neve c'era sempre. Arrivavo all'università dopo 15 minuti di cammino. Toglievo i Jeans e li mettevo a stendere nel ballatoio centrale della sede. Mi accendevo una sigaretta dopo che il Magnifico era passato e mi rintanavo nel mio angolo. Mettevo le ginocchia al petto per scaldarmi, i libri di programmazione uno nei quali perdevo i miei sogni. "Ash, smettila. Andiamo a prendere un caffè all'Acquario" E mi alzavo lasciando il mio futuro sulla sedia. Andavamo al terzo piano, in una stanza fatta completamente di plexiglass, doveve avevamo messo una macchina del caffè. Lo prendevamo caldo e la gente che passava ci guardava. Ora eravamo noi i pesci ad essere osservati. Cadevo nel mio maglione nero immenso. I guanti senza dita, mi facevano sentire il calore del caffè. Max mi guardava con i suoi occhi grandi. "Che stronzi. Non hanno capito che per avere cervello non devi vestirti firmato ed essere figlio di papà" - "Dacci un taglio Max. Sai che non potrà essere diverso. Perchè io sono diversa. E loro lo sanno." E muovevo la tazzina in senso circolare, quasi a leggere i fondi del caffè come le streghe. Scendevo le scale del ballatoio. I Jean strappati alla fine della gamba, lasciavano vedere le scarpe da ginnastica che avevano camminato per troppi anni. Mi rannicchiavo nuovamente col mio libro di Programmazione. Questa volta la testa viaggiava, non leggevo le parole che sul bianco svettavano. Riflettevo al mio nome. Ash, fumo. Perchè ne ero sempre avvolta. E se non sapevi vedere oltre, non riuscivi a vedere neanche me. Un osservatore disattento avrebbe visto l'ultimo degli ultimi rannicchiato sulla sedia, senza sogni, in una confezione a dir poco deprecabile. La gente non si sofferma a vedere cosa hai e perchè sei. "Ash, smettila. Vieni a prendere un caffè all'Acquario". Ed erano passate neanche 4 ore che Max ritornava dopo la lezione di Fisica. "Ma si, andiamo a dare spettacolo Max. Ancora una volta, diamo la mondo quello che vogliono vedere."

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